Il bioingegnere che ha brevettato la carne vegetale è italiano

Ultimo aggiornamento: 19.06.19

 

Il problema del gas serra attanaglia da sempre le menti dei ricercatori visto che gli allevamenti ne producono una quantità consistente. Parliamo di una fetta del 15%, addirittura, di tutte le emissioni prodotte dall’uomo, quindi è necessario correre ai ripari per evitare che la situazione peggiori.

Un’idea vincente per contrastare questo fenomeno l’ha avuta l’ingegnere Giuseppe Scionti che, a soli 31 anni, è dottore in biomedicina e anche docente e ricercatore presso l’Università Politecnico della Catalogna (UPC) a Barcellona.

 

L’innovazione

Grazie al suo accurato lavoro, è riuscito a inventare e poi brevettare una tecnologia che permette di creare carne vegetale che ha le stesse proprietà nutritive di quella tradizionale. L’innovazione sta proprio nel fatto che gli elementi utilizzati non sono di origine animale e che, per metterli insieme e dare vita a una bistecca, si utilizzi una stampante 3D.

Per ottenere questo risultato, ovvero un alimento dall’aspetto molto fibroso, il bioingegnere ha messo insieme l’ingegneria tissutale e la biostampa con la moderna gastronomia. Già nel 2014 Scionti aveva pubblicato un brevetto per lo sviluppo di biomateriali che contenessero nanoparticelle magnetiche, come coautore.

L’anno seguente si è ritrovato giudice per i premi Innovators Under 35, organizzati dal MIT di Boston. Successivamente ha messo a punto la sua idea, usando una stampante 3D che è stata adattata proprio a questo scopo dal Cim-Upc.

 

 

Un solo prodotto, più vantaggi

A differenza di chi cerca di creare muscoli reali, in grado di contrarsi proprio come uno vero, a partire da cellule di carne animale, Scionti ritiene che questa operazione sia dispendiosa sotto più punti di vista. Prima di tutto c’è appunto un consumo energetico, di conseguenza ce n’è anche uno ambientale e infine l’impiego di denaro è un altro fattore che ha un impatto consistente su tutto il progetto.

Meglio, dunque, dare vita a carne biologico, che abbia sapore, consistenza e, soprattutto, proprietà nutrizionali pari a quella reale. Secondo Scionti, infatti, la natura ha creato i tessuti animali per fare in modo che essi possano muoversi e vivere e non solo come mero alimento per gli altri. La sua innovazione, dunque, comporta un bel cambiamento e una conservazione delle risorse per tutto il pianeta. Questo brevetto è infatti ideato anche per apportare benefici a livello nutrizionale, permettendo di integrare tutti gli aminoacidi, i minerali e le vitamine essenziali per far sì che la propria dieta sia equilibrata.

Gli alimenti così prodotti, inoltre, possono essere sottoposti a processi di pastorizzazione ed essere trasportati verso zone difficilmente accessibili, che non devono così rinunciare a garantire una buona nutrizione agli abitanti.

Scionti pensa anche alla variante con farmaci, per contrastare la diffusione di malattie endemiche nelle aree più colpite. Nella fase iniziale di sviluppo del progetto si è in grado di produrre 100 grammi di carne ogni mezz’ora al costo di 2 euro, ma questi valori andranno a diminuire una volta che il processo sarà portato a livello industriale.

 

Il rapporto della Fao

A chiarire i dubbi degli scettici sulla situazione attuale del pianeta ci pensa la Fao che, presentando i suoi rapporti, testimonia come non sia più possibile perpetrare gli allevamenti su larga scala. Prima di tutto, per esempio, in modo da ottenere la stessa quantità di calorie provenienti dal cibo, sarebbe necessario impegnare un terreno 70 volte più vasto di quello usato per frutta e verdura, se si volesse utilizzare per le mucche.

Pensiamo poi che il bestiame, per crescere, usa circa il 30% della totalità della terra coltivabile e supera il 25% quando si tratta di consumi dell’acqua dolce che occupa tutto il nostro pianeta. Se si tiene conto che, nei prossimi trent’anni, la popolazione tenderà a crescere in maniera esponenziale, che le risorse non saranno sufficienti a sfamare tutti è un dato di fatto. Davanti a un rapporto del genere, è naturale che uno studioso come Scionti si ponga il problema di come riuscire a produrre cibo nutriente a basso impatto: la sua soluzione comporta infatti uno sfruttamento intelligente delle risorse del pianeta.

 

L’aiuto degli chef

Scionti non ha fatto tutto da solo: ha richiesto infatti l’aiuto di personaggi come Ferran Adrià, inventore della cucina molecolare, e il Celler de Can Roca, che ha vinto per due anni, nel 2013 e 2015, il titolo di miglior ristorante del mondo.

L’idea finale è quella poi di dare vita a una startup che metta insieme esperti in vari settori, dalla gastronomia alla nutrizione, per rendere ancora più concreto un progetto tanto ambizioso.

 

Ma è sicura?

Il dubbio è lecito: i materiali usati per creare la nuova bistecca sono sicuri? Scionti assicura di utilizzare solo proteine vegetali, carboidrati, grassi vegetali e vitamine, quindi non OGM. Si tratta inoltre di elementi che sono stati approvati dalla Food and Drug Administration, ente che in America regolamenta la messa in commercio di alimenti e prodotti farmaceutici.

Inoltre tutto ciò che si viene a trovare all’interno della carne sintetica è già presente in natura, per cui non si ha uno stravolgimento dell’ecosistema.

 

 

La carne “coltivata”

In attesa di avere sulle nostre tavole questo ritrovato, per la felicità dei vegani e degli animalisti, nei laboratori americani è già stata creata la carne “coltivata”, ovvero ottenuta proprio tramite colture cellulari. Il problema sta nel costo di produzione di questo preparato, che richiede grosse spese e che ha portato il primo hamburger artificiale ad avere un prezzo di ben 325 mila dollari. Ad assicurare che questo fattore può ridursi è stata la Future Meat Technology, un’azienda israeliana che ha raggiunto i 700 dollari al chilo, ma che promette un sostanziale abbassamento già dal 2020.

Nonostante questo, la Cia-Agricoltori Italiani e la Coldiretti hanno già verificato che tre italiani su quattro non sarebbero disposti ad acquistarla, perché pieni di dubbi sotto vari punti di vista, tra i quali anche l’impatto sulla salute.

A dare manforte a questi interrogativi ci pensano anche i nutrizionisti, che non concordano sulla bontà di alimenti del genere. Come finirà? Staremo a vedere.

 

 

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